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Un Minotauro creato dalla storia


     La politica viene definita “arte”, e in effetti è l’arte di governare la pólis, ovvero la comunità dei cittadini, e fiorisce ovunque ci sia un gruppo di esseri umani che devono condividere una terra, e mantenersi in relazione reciproca.

     Nella sua accezione più elevata, la politica dovrebbe essere l’arte di estrapolare dalla somma degli individui di una comunità la forma eticamente più alta di convivenza all’interno di essa, e di proiezione della pólis all’esterno dei suoi confini (la “politica estera”).

     Nel sistema democratico, che è quello dominante in Occidente, il politico viene scelto attraverso le elezioni, in generale dopo essere stato designato da un partito.

     Egli si ritrova a essere espressione di un modo comune di sentire i problemi e le prospettive della civitas, e di questo medio comune sentire si fa catalizzatore, interprete, sintesi.

     Su questa capacità di esprimere la volontà conscia e inconscia dei suoi elettori si fonda il consenso, che è la sua fonte di soddisfazione personale e di sostentamento economico, perché l’attività politica, a certi livelli, arreca un considerevole guadagno.

     In questo modo, per conservare il proprio prestigio e il proprio stipendio, si ritrova ad essere cassa di risonanza delle persone e dei partiti che lo hanno eletto, e ciò lo obbliga a non contraddirne le aspirazioni e non deluderne gli interessi.

     Il politico, per esercitare il potere ed evitare la destituzione, deve lasciarsi dominare dalla volontà dei molti e del partito che lo promuove: per dominare, deve essere dominato da una communis opinio. Ha comunque un margine di orientamento personale di questo flusso di opinioni e interessi che egli rappresenta, così come il regista teatrale ha un margine di orientamento personale nella messa in scena di un copione.

          C’è una interazione biunivoca tra il politico e la sua gente, ed egli non deve mai varcare il limite sottile che separa la sua manipolazione personale degli eventi dalla  voluntas conscia e inconscia del popolo, e dalle pressioni esercitate da chi detiene il potere economico, religioso, militare.

     Dalle origini ai giorni nostri la politica si afferma come arte della mediazione, saldamente ancorata alla dura lex della psiche collettiva e dell’economia, e inclina ora al più basso, ora al più alto livello di eticità, a seconda delle condizioni storiche e dell’eticità del politico stesso.

     La politica è figlia della storia, come la storia lo è della politica, ove per storia si intende il passato dell’umanità dalle origini ai giorni nostri, in una serie infinita di vicissitudini collettive determinate da fattori economici, religiosi, militari, culturali, psichici. Questa catena infinita di cause e di effetti ha condotto, per tappe successive, alla situazione attuale, che vede l’umanità a rischio di collasso ecoantropologico, entro una ventina d’anni, sia  per catastrofi climatiche, dovute in massima parte all’azione cieca dell’uomo che ha alterato l’ecosistema planetario per egoismo e avidità, che per l’acutizzarsi della conflittualità tra paesi poveri e paesi ricchi, tra Oriente e Occidente, tra mondo arabo e mondo cristiano.

     La storia partorisce i mostri che essa stessa ha nutrito in sé, a causa dei pensieri e delle azioni non illuminati dei popoli, dei capi, dei militari, degli economici, degli ecclesiastici. E queste azioni hanno generato mostri perché in tutti coloro che le hanno compiute, dalla preistoria ai giorni nostri, è sempre mancata consapevolezza e profonda solidarietà per tutti gli esseri umani, e in una sola parola, illuminazione.


Il politico illuminato


Nel contrasto perpetuo tra bene e male, che agita la natura umana, è mancata agli umani, e alle élites di potere in particolare, la capacità di sottrarre sempre più terreno al secondo, a livello individuale e collettivo, perché – sia in una prospettiva etica che religiosa – non basta fornire indicazioni e regole, ovvero leggi e precetti, ma occorre formare individui che le incarnino, e che si offrano alla collettività come esperimenti vivi di superamento costante e progressivo delle tendenze più oscure della psiche umana.

     Per evitare la catastrofe imminente e già in atto occorre che la storia vada oltre la storia, attraverso gli uomini. E deve andare oltre la politica, attraverso una rivoluzione nella figura del politico, che deve avocare a sé, come capro espiatorio e insieme redentore, la responsabilità di farsi ministro di azioni purificate, che siano frutto di una analisi approfondita e di un lungo lavoro su se stesso, che consiste nello sviluppo di qualità positive, come la compassione, la generosità, la consapevolezza, la solidarietà, l’altruismo, e nel controllo delle pulsioni negative, come l’ignoranza, l’avidità, la violenza, l’egoismo, l’incoscienza.

     Il politico depone dunque la dimensione machiavellica del suo agire nella civitas, e veste panni di sacerdote dell’azione utile e illuminata. E’ questo che richiedono i tempi della catastrofe imminente e già in atto.

     Egli deve rappresentare il superuomo umile e  illuminato, ovvero colui che abdica al proprio ego e sa immolarsi per il bene comune, e coltiva la pace, la solidarietà, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri, e si batte in maniera non violenta per una convivenza armoniosa tra le genti ad ogni latitudine del pianeta, e per la salvaguardia dell’equilibrio ecologico.

     La figura del politico deve saldarsi con la figura del sapiente, ove per sapiente si intende colui che si libera costantemente dalle tendenze negative, ed è solidale con tutti.


Il laboratorio umano


     Al politico si chiede di farsi laboratorio umano di trascendimento del troppo umano, e se necessario, martire, nel senso di testimone radicale, di questa mutazione, che va concepita come work in progress, processo di cui si conosce l’inizio e lo scopo, ma non la modalità concreta di attuazione: la novità è troppo grande per poter tollerare una programmazione dettagliata, ma già il mettersi su questa via è una concreta trasformazione della microstoria, e lo sarà della macrostoria.

     Come pura e semplice indicazione operativa, poiché la politica è scienza dell’azione, e l’azione deve essere consapevole e illuminata, rispetto a ogni scelta che riguarda la collettività, ci si devono porre le seguenti domande: a che scopo tende? è nell’interesse di tutti o danneggia qualcuno? se danneggia qualcuno, chi e perché? si può evitare che rechi danno? se è nell’interesse di qualcuno, questo interesse danneggia qualcun altro? il suo interesse è in contrasto con quello della collettività? c’è violenza nell’azione? se c’è violenza non va compiuta… e così via, in una sorta di socratismo appassionato che obblighi tutta la comunità dei politici a riflettere sull’azione da compiere, per evitare di porre cause i cui effetti siano distruttivi più del problema o del conflitto che vorrebbero sanare. Un esempio macroscopico, e recente, di errore, è la risposta americana all’attentato alle Twin Towers, in cui la reazione ha scatenato una causa i cui effetti sono stati e  saranno in misura esponenziale maggiori dell’evento scatenante.

     Questa disciplina mentale di valutazione preventiva delle conseguenze dell’agire,  pur scientifica e praticabile da chi sia dotato di un po’ di coraggio, deve fondarsi sul lavoro costante di autoliberazione dalle tendenze distruttive, e sulla elicitazione  delle energia di solidarietà con tutti i viventi, radicata nel cuore, nel sentire.

    

Sperare l’insperabile


     A chi obietterà che quanto si va esponendo è giusto, ma è pura utopia, si può rispondere che nel tempo della catastrofe in atto ciò che sembra utopia è l’unica via percorribile per scongiurare la distopia del pianeta e dell’umanità intera, già condannata – dalla legge di causa-effetto – a sofferenze e crisi ecoantropologiche terribili, preannunciate da osservatori  e scienziati di ogni latitudine e ideologia politica.

     Al politico spetta il compito di modificare l’essenza stessa dell’arte politica, che deve diventare arte alchemica di perpetua trasformazione del metallo vile – le tendenze negative – nell’oro dell’azione non violenta e illuminata.

       Da questa mutazione progressiva del politico – dapprima uno, poi pochi, poi molti – nascerà un modo nuovo di fare politica, le cui forme determinate  non sono definibili a priori, ma sarà politica di pace, solidarietà, salvaguardia dell’equilibrio ambientale.

     Questa non è utopia, ma l’unica via realistica di sopravvivenza per la specie umana.

     Forse adesso è già troppo tardi, per scongiurare eventi catastrofici, ma si è ancora in tempo per ridurne la portata con adeguati interventi ecoantropologici, o comunque per porre le fondamenta di una nuova civiltà che dovrà nascere dalla decadenza di questa, o dalla sua agonia.

     La serie delle cause e degli effetti nefasti da essa messi in campo si addensa in una nube nera come i fumi delle Twin Towers, che incombe sul pianeta, e unicamente il sole della sapienza e della graduale illuminazione collettiva può dissipare.

DISCORSO AI POLITICI SULLA SAPIENZA