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Che cos'è sapienza?


     Sapienza è una condizione dello spirito, un modo di essere, e non un insieme di contenuti che si ritengano veri e saggi. E’ la posizione interiore del meditante e del contemplatore,  che non si preoccupa di spiegare  il mondo o le procedure del pensiero, ma è puro testimone, sic et simpliciter,  specchio fluido in cui tutto appare e si dissolve, senza lasciare traccia sulla sua superficie.

     Il sapiente è radicato nella sorgente delle cose, che è Uno-Tutto, Nous, Brahman, Vuoto, Phýsis, Energia, Luce-Suono, o più semplicemente il Sapiente è colui che contempla in permanenza tutto ciò che accade, senza distinguere tra Sé e cosmo, interno e esterno, manifesto e immanifesto, prima e dopo, qui e altrove. Ogni pensiero o sistema che implichi una dicotomia  tra interno e esterno, manifesto e immanifesto, prima e dopo, qui e altrove, è pensiero relativo, dóxa.

     Dell’esperienza sapienziale possono farsi testimonianza scritta o orale le parole, come quelle di Eraclito, Parmenide, Empedocle in Occidente, e delle Upanishad, del Canone buddhista e del Chuang Tzu in Oriente, che vibrano della risonanza mistica da cui sorgono.

Due fiumi, una sorgente


     La sapienza indiana si presenta come un  immenso commentario intorno alle intuizioni religiose dei Veda, che trovano  sistemazione nelle Upanishad, e di lì si diramano in innumerevoli direzioni, e toccano gli stessi temi: il rapporto tra Uno e Molti,  tra Brahman e Atman, la possibilità di liberazione attraverso la conoscenza e la pratica spirituale. Lo stesso accade nella tradizione buddhista. Le individualità dei pensatori si annullano nel grande fiume della inesausta hermenéia che attraversa i secoli gravitando sempre intorno allo stesso nucleo di riferimento.

     La sapienza-filosofia indiana è costituita da una serie di sistemi (darshanas), formati dai sutra di un maestro, rispetto ai quali si creano commentari che presentano quasi sempre innovazioni, senza che però l’autore metta in risalto la propria originalità e individualità.

    Ben diversa è la sapienza greca, in cui fioriscono varie, ben spiccate personalità, con maggiore diversificazione di linguaggio e di pensiero. Ma i temi di fondo sono gli stessi, e con ogni evidenza la Madre della sapienza d’Oriente e d’Occidente è una sola e la medesima.

     Così Pio Filippani Ronconi tratteggia l’analogia e il rapporto tra sapienza d’Oriente e d’Occidente: “Letti come si deve, questi documenti si riveleranno risonanza, nel mondo indiano, di quella medesima sapienza che, dalla Grecia, ci giunge nei testi orfici ed in quelli della migliore Gnosi, e ci illumineranno riguardo al fatto che un’esperienza analoga ai misteri del nostro Occidente antico permea  e vivifica ancor oggi tutti i movimenti speculativi dell’India, ed è di base alla loro attività conoscitiva” (Upanishad, Torino 1985, p. 24).

Eraclito e l’Oriente


     Il rapporto tra Eraclito e la mistica e la sapienza d’Oriente è una vexata quaestio, agitata nel primo Ottocento da Friedrich Schleiermacher: scriveva che sarebbe stato necessario indagare ancora se la persische Weisheit avesse esercitato un’influenza formativa sulla Sapienza del pensatore di Efeso. E un altro Friedrich, Creuzer, vedeva in lui un servitore del puro Fuoco, trait d’union tra elementalismo orientale e spirito greco, e sosteneva che egli pensasse “nello spirito di Zoroastro”. Prima della fine del secolo, una mezza dozzina di studiosi rintracciano nei frammenti  dell’Oscuro influenze persiane, egizie, fenicie, indiane. Ma Bernays denuncia un processo di “Parsification” di Eraclito, e i maggiori studiosi cassano la questione del contatto tra sapienza eraclitea e sapienza orientale, e condizionano definitivamente in tal senso le indagini successive.

Sapienza e filosofia


     La Sapienza è un modo di essere, non di pensare.

     La filosofia è un modo di pensare, e fonda la sua capacità di distacco sulla procedura riflessiva del pensiero, non sulla contemplazione-meditazione.

     La filosofia è frutto dell’ego, la sapienza del Sé.

     Il Sapiente è conoscenza, il filosofo si sforza di conoscere.

     La prestazione più eccellente della filosofia è nel suo farsi “esercizio spirituale”, secondo la bella  formula applicata da Hadot alla filosofia antica, ovvero un mezzo per ricondurre chi scrive e chi legge allo stato di coscienza illuminato da cui ha preso le mosse il pensiero, strumento di Mnemosýne, dunque, che è la divinità orfica per eccellenza.

Kant, Buddha, Eleusis


         “Forse l’antichissima, ma mai ben conosciuta, relazione dell’Europa con il Tibet, può essere spiegata con quanto ci ha tramandato Esichio, e cioè il grido Konx Ompax dello ierofante nei Misteri Eleusini (cfr. Il viaggio del giovane Anacarsis, parte V, pp. 447 ss.). Infatti, secondo l’ Alphabetum Tibetanum di Georgius, la parola Concioa, che ha una evidente somiglianza con Konx, significa Dio, Phacio (ivi, p. 520) che dai Greci poteva agevolmente essere pronunziato pax,  significa promulgator legis, la divinità diffusa in tutta la natura (chiamata anche Cernesi, p.177). Om, che La Croze traduce con benedictus, applicato alla divinità non può significare altro che  beato (p. 507). Ora, quanto a padre F. Horatius, il quale spesso chiedeva ai Lama cosa intendessero con la parola Dio (Concioa), ogni volta veniva data la seguente risposta: “E’la riunione di tutti i Santi (vale a dire delle anime beate che, secondo la dottrina della  reincarnazione sostenuta dai Lama, dopo la migrazione in ogni genere di corpi sono, infine, ritornate alla divinità trasformate in Burchana, ovvero in esseri degni di adorazione, anime trasformate, p. 223). Così la misteriosa parola Konx Ompax deve significare il Santo (Konx), beato (Om) e saggio (Pax) essere supremo diffuso ovunque nel mondo (la natura personificata) e, usato nei misteri greci, deve avere assunto il significato di monoteismo per gli iniziati, in opposizione al politeismo del popolo; sebbene il padre Horatius (vedi sopra) sospettasse sotto di esso l’ateismo. Come però quella misteriosa parola sia giunta ai Greci attraverso il Tibet, si può spiegare nel modo detto sopra, e ciò rende a sua volta verosimili i primi scambi dell’Europa con la Cina attraverso il Tibet (forse ancora prima che con l’Hindostan)”.

     A parlare così del rapporto tra origine della cultura orientale e occidentale è il campione della ratio d’occidente: Immanuel Kant  (Per la pace perpetua, p. 68, nota, Milano 2003). Mentre quasi tutti i nostri campioni di storia della filosofia antica sono rimasti arroccati alle Termopili o nei paraggi a contrastare l’invasione d’Oriente, con tutta serenità Kant più o meno due secoli fa riconosceva quello che adesso è cosa evidente: il nesso originario tra sapienza orientale e occidentale.

     Si noti di passaggio che è facile ravvisare analogie tra le sue antinomie della ragione applicata alla metafisica e le affermazioni di Shankara, secondo il quale in relazione alle realtà soprasensibili si possono affermare tesi opposte che hanno entrambe sembianza di verità.

     Sappiamo in ogni caso che Kant conosceva  la cultura orientale – è un terreno tutto da esplorare, anche questo – e ciò invita a cogliere quanto di orientale ci sia nella sua teoria del fenomeno e del noumeno, e della appercezione trascendentale e della rappresentazione in generale. Schopenhauer, che dell’Oriente si fa dichiarato ambasciatore nella filosofia d’Occidente, non avrebbe fatto altro che gridare quanto Kant aveva sussurrato, o appena accennato ai suoi contemporanei: il mondo è maya.

Eraclito e Chuang-tzu


     In epoca arcaica esisteva uno sfondo comune, costituito dal sostrato sciamanico panasiatico,  che estendeva le proprie radici fino alla Tracia e alla Ionia, e di qui alla Grecia e alla Magna Grecia, investendo i centri iniziatici e sacerdotali di Delfi e di Olimpia. Di questa cultura si trovano tracce, oltre che in Parmenide,  Empedocle, Eraclito e Pitagora, in personalità semileggendarie, come Aristea nel Proconneso, Orfeo in Ionia, Hermotimo a Clazomene,  e di sciamansesimo erano impregnati i culti misterici della Grecia classica di matrice orfeodionisiaca, delfica, ecatica. Come non cogliere nella sapienza eraclitea del Fuoco cosmico almeno un’eco di tale religiosità sciamanica? Nella sua Sapienza trovano rielaborazione originale motivi della  tradizione  metafisica indiana, vedica e upanishadica, e della spiritualità persiana, zoroastriana e avestica, in particolare gāthica. Con quest’ultima Eraclito ha in comune proprio l’intuizione del Fuoco come Principio di tutte le cose, e l’idea della resurrezione gloriosa delle anime eccellenti. Dìke, la dea della Giustizia cosmica,  può ben coincidere con l’avestico  Ŗta, principio di ordine cosmico, legge di connessione e misura di tutti gli esseri.

     A questa interpretazione, per così dire orientaleggiante, di Eraclito, si potrebbe opporre un solo argomento, peraltro assai debole, vista la ricchezza e il rigore delle argomentazioni che la sorreggono dal punto di vista storico e filologico: l’Efesio, ignaro di sapienza indiana e persiana, e ad esse decontestuale, avrebbe attinto alla fonte archetipica comune a tutta l’umanità, e alla cultura indoeuropea in particolare, come è lecito attingervi a chiunque interroghi il  proprio Sé, quell’emeoutòn che Eraclito stesso dichiara apertamente di avere interrogato.

     Anche in questo caso, tuttavia, sarà lecito ritenere la mistica e la metafisica indiana e persiana contestuali alla Sapienza eraclitea, in quanto fluiscono da una medesima sorgente archetipica, e aprire la via a una hermenéia della sophía presocratica  e del lógos del sapiente di Efeso alla luce non solo della tradizione mistico-misterica greca,  ma anche delle tradizioni d’Oriente, vedica, upanisahdica, yogica, taoista, zoroastriana. Come non cogliere analogie stringenti tra la concezione eraclitea dell’unità degli opposti, dell’ armonia nascosta, del perpetuo mutare delle cose, e quanto a ogni pagina va dicendo Chuang-tzu, uno dei maestri del taoismo cinese, testimone di una più antica tradizione spirituale che affondava le radici nel sostrato panasiatico?

Eleusis, Dioniso, e l’Oriente


     Da Nietzsche in poi, se si fa eccezione per Colli, sono state dette molte parole leggere su Dioniso.

     Non si è capito che, in quanto dio della tragedia, è dio di contemplazione della vita e del páthos, come indica uno dei suoi simboli fondamentali, lo specchio, e che la dimensione orgiastica del tiaso è essenzialmente allusiva al suo contatto anche con la sfera animale, in quanto la Sapienza dionisiaca accoglie gli impulsi, ma  non ne è condizionata, e anzi, nella prospettiva orfeodionisiaca, mira alla loro catarsi, ed è una via di progressiva purificazione e liberazione da ogni condizionamento istintuale.

     In questo – e anche Colli non se ne è accorto, o se se ne è accorto ha fatto finta di niente – è vicina alla Sapienza d’Oriente, ed è proprio Eleusi il tramite d’irraggiamento di una Sapienza originaria che è orientale e occidentale.

     Per questo non esistono testimonianze antiche di contatto tra Sapienza greca e Sapienza orientale (mentre abbondano quelle più tarde): la Sapienza che in origine era orientale-occidentale abitava anche a Eleusi, nella trasmissione iniziatica del culto orfeodionisiaco.

     Ma la tradizione posteriore ha obliterato questa prossimità, perché la Sapienza greca contestualizzata con la spiritualità vedico-upanishadica piuttosto che con la filosofia aristotelica sarebbe stata, e sarebbe  ancor più oggi, difficilmente digeribile da pensatori e studiosi troppo intenti a compiacere livelli di coscienza egoici e ordinari, e ancor meno digeribile dal potere politico-religioso, perché la via della Sapienza iniziatica occidentaleorientale convoca ogni individuo a un processo di consapevolezza e autoliberazione che mal si concilia con le pretese di manipolazione politica e religiosa delle coscienze.

PROSA

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