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O Angelo del mare


                     o angelo del mare, trasparente

signore degli abissi, tu che vegli

l’equilibrio delle acque, tu che intendi

quale forza segreta muova onde

e maree, tu che conosci

l’invisibile corrente circolante

tra anemoni e coralli e sfiori il dorso

lucente dei delfini e delle mormore

o angelo di vita, quando il vento

si placa e tace il mare e la mia mente

comincia a dileguare

nell’infinito, se conoscere

è lecito e sentire e nominare

un Angelo in presenza, reggi il ritmo

dei miei umani giorni, fammi entrare

nel cuore della vita a onde lunghe

e lente quali lambiscono la riva

oggi di sabbia e pietre un ondeggiare

calmo e potente, dal centro del mio essere

al centro dell’Amore, che gli dei

conoscono e distillano irradiando

luce su luce d’ombra

dai golfi non visibili che scindono

onda da onda e in questo separare

congiungono me con me, mare con mare

O Angelo del mare, già pubblicata in Frammenti del Perpetuo Poema e in Poemi dal Golfo degli Dei, adesso, incisa su un leggio in plexiglas, fa parte della installazione permanente Leggendo al mare, del pittore Giuliano Diofili, patrocinata dalla Dino Olivetti Foundation, dal College of Charleston e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Lerici. L’installazione, collocata sotto il castello di Lerici in occasione di Argonauti nel Golfo degli Dei 2006, comprende anche altri tre leggii con testi di Giuseppe Conte, Tomaso Kemeny, Massimo Maggiari.

Lettera al discepolo assente


Che cosa resterà di me? chiedo

nel cuore della notte guardando

i tetti delle case, prima che mi colga

tra i pensieri reiteranti, immagini

di passato e presente, il sonno….che cosa

resterà di me? Certo, i miei versi

circoleranno. Ma io,

questa luce raccolta in me, forse qualcuno

accoglierà nell’anima, saprà qualcuno

reggere la mia essenza? Questo

non mi è dato sapere. Ma posso

in versi spezzati e colloquiali dire

che cosa vorrei da te

uomo o donna che tu sia, erede

dei miei misteri, posso

dirti, io vorrei che fossi

te stesso in ogni attimo, vero

fino a confonderti con lo sguardo

del dio – se dio

posso nominare il principio vivente

di tutte le cose, la loro essenza

presente in esse, eppure altrove

ridente – a te stesso

altro da te, cielo

e terra, ombra e luce. Vorrei che la tua quiete

nascesse dagli armonici contrasti

di una totalità vibrante, sull’orlo

di traboccare nel pieno della tua vita

ogni momento. La tua sapienza

sia giocattolo nelle mani di un dio-fanciullo

emotivo e veggente. La morte

riconosci come devastazione

di quello che sei, esplodere di tempie, labbra, cuore, abìtuati

all’improvviso rovesciarsi delle forme

più belle.

      Quando morirai,

se morirai, sii morte come sarai stato

gioia e dolore, forza

e squallore. Di questa sapienza

che all’umano concede di somigliare al dio

vai fiero, ma non troppo. Riconosci

il limite che ci costringe. Del piacere

di sognare non privarti mai…La vita

considera come viaggio in solitudine

a tratti ravvivato dall’amore, ricerca

del Principio in tutte le forme, anche

le più insidiose: così

sarai dio tra gli umani e questa grandezza

racchiusa nel cuore ti basterà.

Lo scoramento

è corpo morto del dio: venera anche quello

e anche incertezza: incerto

è il dio, tra essere

e non essere, risplendere

e nascondersi. Semplicemente, compiutamente sii

alba al sorgere del sole, orizzonte

al suo tramonto, nube

quando piove, arsura

nell’estate, germoglio

in primavera, spoglio

nell’inverno. Non dimenticare

nulla, vivendo nell’oblìo

continuo, non perdonare

nulla, perché non sarai mai lo stesso

che ha subìto torto: tutto muta

continuamente.

                                  Ascolta

il flusso del sangue, gli infiniti

moti delle cellule, che cosa

ci appartiene? Sei ovunque

e in nessun luogo.        

Trilogia in mi diesis


I

se il vuoto-lapislazzuli fendesse

l’aria livida del primo mezzogiorno

quando i gabbiani si tuffano con rabbia

ridente tra nuvole e salmastre

infiorescenze e un dio si libra

(di vetro? di ametista? di coriandolo?)

tra luce e luce, forse il ritmo

dei giorni si farebbe ampio cerchio

e cerchio in cerchio, eterno, imperituro

senza pietra che cada a frantumare

la pellicola lucente che separa

l’aria dalla mobile, squisita

città di sale e brina, degli abissi.

Tramonta il sole dietro la collina

la dea dell’alba ancora miete astri.


II


nell’orbita sigilla il suono primo

o prima estenuazione del silenzio

la sfera gialla sullo sfondo nero

molecola o frammento primordiale

memoria di un disperdersi infinito

o raccogliersi del grumo vuoto, tiepido

che esplose in miriadi di scintille

(e intanto si era rotto anche l’involucro

sottile dove dondolava lento

e astratto, il Tempo); la notte si ingorgava tra le vie

senza colore che dividono le stelle

dai  mondi degli umani. Il vento tace

non vuole ravvivarlo la scintilla

dei giorni.


III


da dove viene, questa voce

che detta le parole, e le accompagnano

malinconia e sapienza, in quale centro

dimora del vasto mondo, ma a me sembra

sorgere tra bocca e nuca, e un punto

indefinito non lontano

da questo edificio di carne e occhi, detto corpo?

E’il passo felpato della tigre dopo il balzo

mortale, o lo sguardo esagonale della mosca

prima di cadere nella tela

lucida del ragno indifferente? E’ un niente

vestito di molecole radianti

o spente, oppure un riverbero concreto

della fonte primordiale, onda lenta

che sa di essere mare

mobile, ribollente, e nube evaporata,

neve accecante?

La notte ritaglia le parole

dal cuore delle cose, poi l’aurora

le cancella, e nella luce

bianca si trasformano in pensieri.

       

POESIA